venerdì 15 marzo 2013


Derrick Rose tornerà a volare


di Cosimo Sarti



Ventiduemila persone ammutolite nello stesso istante, un silenzio spaventoso allo United Center di Chicago. E' caduto Derrick Rose, a un minuto dalla fine della prima partita di playoff fra Bulls e 76ers. Rimane a terra qualche minuto a bordo campo con quarantaquattromila occhi addosso, la partita già decisa in favore della squadra di casa, poi si rialza e sostenuto dai dottori zoppica fino allo spogliatoio mentre il pubblico grida “MVP!”. Gridano perchè hanno paura che il loro sogno svanisca nel nulla, perchè insieme a Rose zoppicano fuori dal campo tutte le speranze di una stagione difficile, piena di infortuni, in cui nonostante tutto si era arrivati primi e adesso si partiva all'assalto del titolo, con tutta la squadra al completo e una convincente vittoria all'esordio nei playoff. Nessuno conosce l'entità dell'infortunio, ma tutti sanno, anche se non vogliono crederci, che è grave. Derrick è uno ha giocato anche con due ulcere, non sta per terra senza motivo così a lungo. Ma si sa, la speranza è l'ultima a morire. Infatti muore in serata, quando arriva la diagnosi ufficiale: rottura del crociato anteriore del ginocchio sinistro, lontano dai campi per almeno sei mesi, rientro a metà della prossima stagione. La cura di questo infortunio ha fatto molti progressi negli ultimi anni, Chris Paul, Baron Davis e David West sono i giocatori più famosi a tornare ad alto livello dopo l'intervento. Solo che Rose è diverso da tutti gli altri, è speciale, e forse non lo sarà mai più. Lui volava, era “too big, too strong, too fast and just too good” per qualunque altro giocatore, una forza fisica e un atletismo mai visti prima in un playmaker, una specie di Magic Johnson dei nostri tempi, troppo fisicamente superiore per quella posizione. Tornerà quindi, ma forse non tornerà mai più a volare, non lascierà mai più intere difese sul posto con le sue penetrazioni imprendibili, non schiaccerà più sulla testa di nessuno, niente più tiri impossibili da ogni angolazione. Sarà ancora un All-Star, magari continuerà a essere il miglior playmaker del mondo, vincerà altri MVP forse, magari anche dei titoli, ma non sarà più lo stesso D-Rose, capace di lasciare a bocca aperta perfino Micheal Jordan in tribuna. Era il suo erede, cresciuto a Chicago durante gli anni in cui MJ dominava l'NBA con i suoi Bulls, era pronto a portare di nuovo alla vittoria la sua squadra, dopo un decennio di delusioni e bassa classifica, dopo che tutti i migliori giocatori avevano avuto paura di confrontarsi con il mito di Jordan. Un confronto che all'inizio sembrava blasfemo, aveva smesso di esserlo per i tifosi dei Bulls, che avevano trovato in quel ragazzino taciturno e inespressivo colui che li avrebbe riportati a vincere, volando a canestro, proprio come faceva Jordan. Non parla molto Rose, ma con il suo esempio e il suo impegno ha sempre trascinato i compagni e si è fatto apprezzare dai tifosi di ogni squadra per la sua umiltà rispetto alle stelle NBA contemporanee, per questo, oltre al gioco spettacolare, la sua maglia numero 1 è stata la più venduta quest'anno.
Ci rimangono solo tre anni di highlights di schiacciate, assist e tiri impossibili, a meno che Derrick non faccia un'altra volta uno dei suoi miracoli. Questa volta però sarà più difficile che fare la miglior prestazione di sempre di un esordiente alla prima partita di playoff: 36 punti e 11 assist, in casa dei campioni in carica di Boston, nel 2009, un primo passo verso la leggenda. Sarà più difficile che diventare il più giovane MVP della storia, quando nessuno ci credeva tranne lui, che lo aveva annunciato a inizio stagione con la celebre frase “why can't I be the MVP?”. Sarà più difficile di qualunque buzzer-beater, tripla doppia o partita da quaranta punti. Derrick però è speciale, per questo forse riuscirà a sconfiggere anche le previsioni dei dottori e i limiti della medicina; lo scopriremo l'anno prossimo, sperando che questo non sia l'addio alle sue magie, ma solo un arrivederci, aspettando di vederlo volare ancora.




ELISABETTA SIRANI,
OLTRE LA TELA

Ilaria Roncarati II F

Non so quanti di voi sappiano chi sia stata o cosa fece questa donna. Tutto ciò lo ignoravo anch’io, fino all’apertura del museo della storia di Bologna a palazzo Pepoli, nella cui ultima sala sono ospitati 12 imponenti busti di donne celebri e, tra questi, ho letto il nome di Elisabetta Sirani. Da quel momento ho deciso di saperne di più e di scrivere queste righe per condividere lo stupore che mi ha colto di fronte all’incredibile tenacia e abilità di questa donna. Elisabetta Sirani nacque, visse e lavorò nella Bologna del 1600, dove morì, giovanissima, all’età di ventisette anni. Era la figlia più famosa dell’affermato artista e mercante d’arte bolognese Giovanni Andrea Sirani, primo assistente di Guido Reni. Divenne nella seconda metà del ‘600 una pittrice professionista e acquafortista, si pensi che a soli ventiquattro anni era già a capo della sua bottega. In seguito diventò poi Professoressa all’Accademia d’arte di San Luca a Roma, e la prima artista donna in Europa a fondare una scuola femminile di pittura, l’Accademia del Disegno, in cui studiarono anche due sue sorelle minori. In pochi anni Elisabetta diventò l’artista donna più celebrata e quotata di Bologna e le sue opere vennero esposte nelle maggiori collezioni europee già durante la sua breve vita. Fu famosa per il suo stile alto barocco, che io considero “ultramoderno” per l’abilita tecnica e artistica, le sue tele mostravano infatti uno stile pittorico espressivo e veloce, con pennellate ampie e un impasto fluido, che si combinava con un intenso e raffinato senso del colore e del chiaroscuro. Al culmine della sua carriera, tra il 1662 e il 1664, Elisabetta era una degli artisti più apprezzati, i suoi lavori godevano di ottima considerazione nei circoli cittadini di mercanti, professionisti e intellettuali, i quali ammiravano, essenzialmente, il fatto che fosse una donna a dipingere tele così perfette. Il successo di questa donna è merito in parte anche della città stessa, visto che aveva attuato una politica di promozione sociale che incoraggiava il coinvolgimento delle donne nella vita pubblica e religiosa e valorizzava la creatività, l’istruzione e le conquiste intellettuali femminili. In questo contesto, Elisabetta diede un contributo decisivo allo sviluppo della Scuola Bolognese di pittura alla metà del Seicento, anche se la sua carriera professionale abbracciò solo il decennio 1655-1665. Una particolarità dell’ artista era essere lodata e allo stesso tempo criticata, per la rapidità d’esecuzione, infatti era dotata di una straordinaria velocità, tanto da riuscire ai terminare il ritratto di un busto in una sola seduta. Grazie a questa rapidità, nonostante la sua vita brevissima, dipinse quasi 200 tele. Una sua caratteristica peculiare fu la realizzazione, per committenti privati, di tele con soggetti nuovi ed insoliti, caratterizzati da una forza iconografica e narrativa unica nella rappresentazione della “femme fortes ” , l’eroina femminile, biblica, classica, mitologica o letteraria, quali le celebri Giuditta, Porzia, Cleopatra, Circe. In queste tele, per le quali si preparò studiando antichi testi e osservando le risorse iconografiche conservate nella biblioteca e nella collezione d’arte del padre, ella dipinse le sue eroine come figure indipendenti, attive, intelligenti, coraggiose, ossia dotate di valori generalmente associati alla sfera maschile. A mio avviso, la figura stessa di Elisabetta rappresentava un nuovo modello di “femminilità”: donna decisa, nella pratica artistica e nella posizione professionale, al punto che i suoi contemporanei la classificarono come “mascolina”. Elisabetta divenne famosa anche per la creazione di ritratti sociali allegorici, ad esempio quello della Contessa Anna Maria Ranuzzi ritratta come la Carità, ma soprattutto per alcune fra le Madonne più belle di quel periodo. Con la maturazione dello stile questi dipinti divennero più naturalistici e realistici, meno dipendenti dai modelli idealizzati di Guido Reni, che aveva influenzato i primi anni della sua carriera, tanto che all’inizio era opinione diffusa che Elisabetta Sirani fosse la reincarnazione artistica del genio di Reni. Eppure la giovane riuscì a sviluppare uno stile proprio, intimo e indipendente, a «far maniera da sé», basato sul rapporto emotivo e affettivo tra l’artista e il suo soggetto. Particolare che mi ha colpito in modo significativo è la firma che l’artista apportava alle sue opere in modo del tutto singolare, “ricamando” il nome su bottoni, polsini, scollature e cuscini oppure “ incidendolo” negli elementi architettonici delle tele.
Vi starete chiedendo se abbiamo notizie della sua vita privata, potrei rispondervi dicendo che Elisabetta non si sposò, rimase un’artista lavoratrice nubile e per questo divenne una figura particolarmente importante per la professionalizzazione della pratica artistica femminile in Italia all’inizio della storia moderna. Nella sua accademia ospitava un buon numero di apprendiste e fondò la prima accademia professionale d’arte per giovani donne, in cui tutte le studentesse proseguivano la pratica artistica a livello professionale. Fu proprio merito dei suoi sforzi, che definirei quasi “ pionieristici” e dell’ accademia femminile da lei voluta se la seconda metà del Seicento bolognese divenne uno dei periodi più fertili della storia dell’arte femminile.




LE VECCHIETTE IN PIEDI

Per uno scontro generazionale sano ed equilibrato



di Anna Viceconti 


Nel marzo 2012 la disoccupazione nei giovani fra i 15 ed i 24 anni ha sfiorato il 36%. E’ un dato terrificante che dovrebbe fare incazzare noi, i nostri genitori e la nostra classe politica; eppure la notizia viene data con una sorta di rassegnazione all’inevitabile. La domanda invece sorge spontanea: come siamo arrivati a questo punto?
E’ la fine di un percorso lungo, iniziato intorno agli anni ’80 e segnato da alcuni dati e statistiche importanti. Nel 1997 viene introdotto per la prima volta nella legge italiana il contratto a tempo determinato, il cosiddetto co.co.co Nel 2003 viene approvata la legge Maroni/Biagi, che modifica significativamente il mercato del lavoro introducendo tutta una serie di simpatici contratti (lavoro occasionale, contratto a progetto, apprendistato, lavoro intermittente) e sostituisce il co.co.co con il co.co.pro…lo stesso tipo di contratto ma senza ferie, maternità, e nessun’altro tipo di protezione. In questo momento l’incidenza di contratti a termine in Italia è sette punti più alta rispetto alla media europea: il lavoro è poco, insicuro, non garantisce stabilità economica e conseguentemente non permette di costruire una famiglia o comprare una casa propria. E mentre cresce esponenzialmente il numero di questi ragazzi frustrati da un futuro che non c’è, cresce anche l’età media italiana: 44 anni contro i 41 europei. Cresce il numero di over 65 (il più alto in Europa), cresce l’età media dei nostri politici; quella del governo Monti è 63 anni.
Per trent’anni (e per carità non venite a dirmi che è demagogia o antipolitica, perché non c’è niente di più politico del nostro futuro) questo paese è stato governato da una gerontocrazia che ha contribuito in tutti i modi a ghettizzare i giovani. Da una parte, fornendo il comfort familiare di genitori economicamente più stabili; e dall’altra colpendo tutti gli organi che dovrebbero contribuire a migliorare il futuro di una nazione, cioè la scuola pubblica e la ricerca. Il risultato? Noi siamo più poveri dei nostri genitori, abbiamo più stimoli ma meno cultura e meno fiducia nelle istituzioni. Nessuno è stato capace di tramandarci gli ideali del favoloso ’68 (viene riportato in luce solo quando si parla di occupazione): siamo figli di Internet e degli anni ’90, siamo consapevoli di far parte di una comunità virtuale ma facciamo fatica ad organizzare movimenti di protesta che siano veri ed importanti, perché il lavoro precario punta all’isolamento del singolo.
In una situazione di crisi economica mondiale questi nodi dovrebbero venire al pettine; eppure si cerca in tutti i modi di evitare lo scontro. Quando un giornalista chiede a Susanna Camusso se è vero che una certa fascia di lavoratori tra i 50 ed i 60 è iperprotetta, mentre i giovani sono senza protezione sindacale, la presidente di CGIL risponde: “Io non vedo nessuna differenza di trattamento”. Dimenticando di dire che circa la metà degli iscritti al sindacato sono pensionati.
E quando Elsa Fornero dichiara con molta disinvoltura “Abbiamo abbassato le pensioni, ma l’abbiamo fatto per aiutare i giovani”, qualcuno dovrebbe ricordarsi di domandare: come si pensa di aiutarci tagliando le pensioni dei nostri genitori? Frasi come queste instillano il senso di colpa in una generazione, ed il risentimento in un’altra; eppure quelle due parole, “scontro generazionale”, sono considerate una specie di anatema. “Non vogliamo che questa riforma diventi uno scontro fra padri e figli”, dice responsabilmente il ministro. Ma se invece lo scontro fosse proprio ciò di cui abbiamo bisogno? I ragazzi di Occupy Wall Street non combattono solo contro la finanza sfrenata, ma anche contro la generazione che li ha portati in quel punto. Gli indignados spagnoli urlando “que se vayan todos” forse non parlavano solo di politici corrotti, ma anche dei loro genitori: lo scontro va risolto, non sublimato. La mia proposta, sia chiaro, non è spintonare le vecchiette o impedire loro di sedersi in autobus(vista la loro cattiveria avremmo noi la peggio). Semplicemente, penso che non usciremo mai da questa crisi se in Italia non succedono tre cose.
Primo: noi giovani dobbiamo renderci conto, pienamente e responsabilmente, dello spazio marginale in cui la società ci ha relegati e rifiutare questa solitudine. Dobbiamo imparare, poco per volta, ad organizzarci in movimenti che non devono parlare con un’unica voce, ma raccontare tutte le sfaccettature della nostra realtà. Alcuni esempi di questi movimenti ci sono già: oltre ad americani e spagnoli, non dimentichiamoci dei Draghi Ribelli e dell’Onda nata durante le proteste anti-Gelmini.
Secondo: la generazione dei nostri genitori, la generazione di cinquantenni e sessantenni che liquida i movimenti di protesta giovanile con “voi non c’eravate nel ‘77”, deve sedersi e riflettere un attimo. Com’è stato possibile arrivare dal ’68 agli anni ’80? Dall’immaginazione al potere alla Milano da bere? Forse da qualche parte nel processo avete sbagliato, perché il mondo che ci avete consegnato non è affatto migliore di quello che avevate ricevuto. Forse è il caso di imparare a comunicare con le nuove generazioni, di parlare e unirsi per scoprire che alla fine non si è affatto diversi: le conquiste civili e sociali degli anni Sessanta e Settanta si sono ottenute solo nel momento in cui padri e figli, lavoratori e studenti, hanno marciato insieme.
Terzo: la nostra classe politica deve inginocchiarsi, per quello che consentono protesi d’anca e artrosi, e dichiarare: è vero, abbiamo sbagliato tutto. Abbiamo voluto fare cassa senza sapere, senza capire che una nazione incapace di investire sui giovani è una nazione destinata a morire, è come “l’uomo in caduta libera da un palazzo di cinquanta piani che ad ogni piano pensa: fino a qui tutto bene”. E quando abbiamo capito che stavamo sbagliando, abbiamo continuato.
La terza cosa non succederà mai, certo. Ma se questa classe politica di allegri vecchietti non ci vuole lasciare e non vuole ammettere i suoi errori, forse è il caso che i giovani inizino a scendere in politica. Sta già succedendo in alcune città (vedi Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, 35 anni; Cristina Tajani, 30 anni, assessore in giunta comunale a Milano; Matteo Lepore, 32 anni, assessore nella giunta comunale di Bologna, diploma del Galvani), ma non è mai abbastanza.
Una femminista degli anni Settanta, Gloria Steinam, diceva che le donne sarebbero diventate come gli uomini che volevano sposare. Forse noi dovremmo diventare come i politici che vorremmo votare.


intervista studenti MIT


  di Nayomi Illansinhage Don e Anna Viceconti 



A volte il galvani fa del nostro meglio per deluderci, ma altre volte ci riserva opportunità sorprendenti: come quella di assistere per due settimane a lezioni tenute da studenti del MIT. Il Massachussetts Institute of Technology è stata messa al terzo posto nella classifica delle 400 migliori università dal Times.
Questa ci è sembrata un'ottima occasione anche per confrontare il nostro sistema scolastico con quello anglosassone

Have you ever been in Italy before? What are the main differences from your country?
Hrant: No, It’s my first time in Italy, but before coming to Bologna I’ve visited Venice. The greatest difference is food, but as I’m from Armenia there aren’t so many differences between East Europe and Italy. I like it here in Italy, even though I expected worse because of the popular stereotypes about Italians.
Stephanie: I’ve been in Italy before, I was in Spain some time ago for biology lab experience, then from Barcelona I went to Florence. The main difference is food, but also the slow paced life which is very different from USA.

Have you ever been teaching before? How does it feel? How does the project work? Did you decide to apply?
Hrant: I was a teaching assistant in MIT and I like it a lot, there some seniors teach, but it isn’t very common. There is a project named “MISTY” in which you can experience an activity in other countries: teaching, researches in universities, Ferrara for engineering, for example. Only twenty people are accepted to join this project. This time in Italy is a break, and I like very much to talk about physics, the thing that inspires me is that science will help progress, and Brian Cox is a physicist I look up to.
Stephanie: I’ve been a teaching assistant, and I helped sometimes with experiments. At MIT you go to lectures but never in a classroom. Teaching is difficult, tirering but also fun, I like it also because I get to teach things that I like, and I prepare all the materials.

What do you think about Italian students? Righi vs. Galvani: which do you prefer?
Hrant: It’s hard to compare, the two schools are equal because there are smart and interested people. However Galvani has more labs and less people working in them, and Righi has less material, but there is Wifi connection.
Stephanie: Both schools are good but there are different levels of English, Galvani’s students are more used to English. Bilingual courses are awesome.

Education in Italy?
Hrant: Education in Italy is a bit generic, it isn’t as specific as the one I received.
Stephanie: A difference is that in the organization of the education system in USA each teacher has a classroom with their stuff.

What about Bologna? (And eventually its nightlife?)
Hrant: Bologna is very different from other cities. In the disco it was fun until people started smoking.
Stephanie: I usually walk around Bologna after classes, this is a very historical city, more than Boston.

Relationship with teachers in Italy/MIT?
Hrant: There are no problems or misunderstandings here, it’s very nice. In MIT there are also some teachers who aren’t good in research or teaching.
Stephanie: There are no personal relationships, it’s quite the same here and in MIT. Teachers are very helpful.

And after MIT?
Hrant: I’m going to do research as a theoretical physicist.
Stephanie: After attending the biology course in MIT I’m going to Oxford for two years. There I’m going to study medical anthropology and public health. Then I’m going to a Med School.


Hrant: And what about you?
Anna: I don’t want to be a scientist..
Hrant: OH! Another lost soul!

Attenzione studente del Galvani!






 ATTENZIONE STUDENTE DEL GALVANI, Azione Antimafia: ora, tu – tu - , stai salvando Telejato.
Sì, esatto, tu che leggi, e che forse pensi. Pensi certo che salterai la pagina. E invece non lo farai.
Perché è quasi mezzanotte, io mi sono sbattuta tutto il giorno ed ora sto scrivendo solo per te. Sì, per te che aspetti giusto la prossima parola per cambiare pagina, e poi andare ai giochi. Forse lo sguardo ti è caduto qui per caso e ora alzi il sopracciglio, se ne sei capace. Ma sappi che tutto ciò che segue ti riguarda, perché vi stai partecipando anche se forse non lo sai: ed io ti ho incastrato.
Be’, amico del Galvani, interlocutore notturno, non so se per caso mancavi all’ultima assemblea, ma proprio in quella sede quattro tuoi compagni d’istituto hanno parlato della loro gita di aprile, dato che gestita da AddioPizzo, un’ associazione ancora di fresca affermazione che si batte per difendere dalla Mafia il territorio attorno a Palermo. Durante la gita siamo rimasti particolarmente colpiti dall’incontro con un uomo, Pino Maniàci, che quotidianamente spiattella sul suo telegiornale e sulla sua rete televisiva nomi e cognomi di mafiosi e leccapiedi. La sua azione sulla mafia è corrosiva, la mafia lo sa e no ha esitato a minacciare lui e la sua famiglia, a farlo pestare, a tentare di strangolarlo nella sua stessa cravatta. Eppure lui, livido e con le ossa rotte, ha continuato a sbandierare alle telecamere gli esiti delle indagini, fumando avidamente, in termini di sigaretta al minuto, da dietro alla sua scrivania. Un uomo che pare uno scricciolo, nonché il fratello gemello di Groucho Marx, eppure con un coraggio da leone.
Ora, si fa sempre presto a illacrimare degli eroi, perciò lungi da me foggiarne panegirici. Chi non ha capito passi alla frase successiva.
Sta di fatto che Telejato, la televisione di Pino, dal 30 giugno dovrà scomparire, causa il digitale terrestre che non concede alcuno spazio per le reti comunitarie. Potete capire - o forse no, non potete capire, dovreste sentirlo dire da lui mentre parla allegramente delle proprie possibilità di sopravvivenza, per capire – come fossimo a bocca aperta, ancora un altro schiaffo da quelle istituzioni che dovrebbero lavorare per il bene, e che invece sembrano completamente stupide, o completamente nonsi puòdirecosa. Quell’uomo rischia la vita. Invece. Per il bene.
Da allora la volontà di fare qualcosa per lui, o meglio, per quella lotta che da allora ci vede partecipi, non ci ha più abbandonati. A volte ha sonnecchiato; quasi, lo ammetto, ha rischiato di spegnersi. Ma ci siamo riscossi: io inoltre ho ricordato di aver fatto una promessa a Pino, che in me era un giuramento, sì, che avrei fatto qualcosa, perché a scuola avevamo un giornalino, sì, cavolo, questa volta, avrei fatto qualcosa.
Ecco qua. Il progetto che troverete su facebook come gruppo “per Telejato: le scuole unite nell’Antimafia” si propone di scrivere e correggere, insieme alle scuole che vi aderiranno, una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del 2 giugno, per chiedere la sopravvivenza, o almeno una qualche forma di tutela, per il lavoro di Telejato. Il Galvani, grazie ai suoi rappresentanti, ha aderito.
Se ve la sentite di prendere parte attiva fate girare gruppo e notizia su facebook e mandate un invito, contattate i vostri amici di altre scuole, chiedendo loro di sollecitare i rispettivi rappresentanti di istituto. Per maggiori dettagli rivolgetevi al gruppo.
Siamo già ben oltre i duemila iscritti. Oggi, ore 24.07 del 6 maggio 2012, ad un giorno dall’inaugurazione.
Non so se il mondo finirà a novembre, ma so che prima 1.voglio andare in vacanza e 2. Vorrei poter dire di averlo calciato un pochino il mondo, con un piccolo segnetto anch’io, prima che si rompesse. Passare giorni senza pestare i piedi, quel tempo è finito.
Everyday we are shuffling.

Claudia Ansaloni

Poesia


La luce è fioca,di un tramonto opaco.La pioggia trema,in un cielo ubriaco.Il bambino piange, di una frenesia corrotta.La madre sospira:una magia interrotta.Voci sconosciute si confondono nell'aria.Fari lampeggianti sulla via annebbiata,nel mezzo della sera,di una città addormentata.Scricchiolio di treno,lamento di vento,come passi frettolosicome ticchettio di tempo.Barlumi di neve,immaginarie ombre.Sospiri confusi.Delusi, illusi.
È novembre. 

Ver H.

                    Présidentielles 2012

di Yvonne Tullini

Le elezioni francesi sono un evento seguito massimamente dalla popolazione locale, europea e internazionale, soprattutto considerando che uno dei motivi principali di questo grande coinvolgimento è la grande crisi economica e sociale in cui l’Europa è trascinata e lo sarà per un periodo ancora indefinito. Ora però torniamo al nostro confinante esagono: si tratta di elezioni politiche svolte in due turni (il primo il 22 aprile, il 6 maggio il secondo).
Vi presenterò in maniera schematica i candidati e i risultati del primo e del secondo turno.


UMP :
  • Nicolas SARKOZY, Président de la République.
PS :
  • François HOLLANDE, Président du Conseil Général de Corrèze. Ancien Premier Secrétaire du PS.
MODEM :
  • François BAYROU, Ancien Ministre, Président du Modem
Debout la République: 
  • Nicolas DUPONT AIGNAN, Député Maire, Président de « Debout la République »
EUROPE ECOLOGIE:
  • Eva JOLY, Députée Européenne. Ancienne juge d’instruction.
FRONT DE GAUCHE :
  • Jean-Luc MELENCHON, Sénateur
Lutte Ouvrière :
  • Nathalie ARTHAUD
FN :
  • Marine LE PEN, Députée Européenne, Présidente du Front National
NPA:
  • Philippe POUTOUX
Solidarité et progrès:
  • Jacques CHEMINADE, ancien candidat à l’élection présidentielle de 1995.

Candidats
Voix
% exprimés

Mme Eva JOLY
828 451
2,31

M. François HOLLANDE
10 273 582
28,63

Mme Marine LE PEN
6 421 773
17,90

M. Nicolas SARKOZY
9 753 844
27,18

M. Jean-Luc MELENCHON
3 985 298
11,11

M. Philippe POUTOU
411 178
1,15

Mme Nathalie ARTHAUD
202 562
0,56

M. Jacques CHEMINADE
89 572
0,25

M. François BAYROU
3 275 349
9,13

M. Nicolas DUPONT-AIGNAN
644 086
1,79

Candidats
Voix
% exprimés

M. François HOLLANDE
18 004 656
51,63

M. Nicolas SARKOZY
16 865 340
48,37




Una volta descritte in maniera generica, entriamo nei dettagli, in particolare ci terrei a citare l’acceso dibattito tra Sarkozy e il neo presidente Hollande.
Il primo scontro è stato sulla parola “rassemblements”, un riferimento classico della politica francese, che richiama il concetto di unione del paese, di unità. “Lei ha spaccato il paese in questi cinque anni” ha detto subito Hollande, Sarkozy gli ha risposto che “rassemblement è una gran bella parola, ma bisogna riempirla di sostanza.” A quel punto il socialista ha ribattuto che se ne andrà all’Eliseo, lui che si è presentato come candidato “della giustizia”, cercherà di “colmare il divario” che si è creato negli ultimi anni. Il primo scontro duro è arrivato quando Hollande ha parlato di “aumento di un milione di disoccupati” e Sarkozy lo ha accusato di mentire. “Per me dovrebbe essere inaccettabile questa parola-ha ribattuto il socialista- ma nella sua bocca è un’abitudine…”.
Questi sono stati i punti cruciali dell’incontro-scontro tra un futuro presidente quasi del tutto consapevole di avere la vittoria in pugno e un presidente uscente.
Noi ,cittadini europei, riponiamo adesso la speranza nel nuovo chef d’état francese, cercando di essere il più possibile ottimisti e di volgere ogni intervento unicamente a un rapido miglioramento della situazione europea. Candidato di destra o di sinistra, è vincolato in ogni caso da una promessa che deve tassativamente mantenere, dopotutto “le changement, c’est maintenant” (il cambiamento è adesso).