martedì 12 marzo 2013

Sulla mia pelle - Fruscio di ricordi


SULLA MIA PELLE
Fruscio di ricordi

Laura Tramuto

Formicolio.
Vita liquida scorre fra le dita e le impregna di un odore acre e penetrante. Getto uno sguardo poco attento verso il basso, alle mie mani: tutto ciò che vedo è pelle che si bagna e si asciuga al vento secco, pezzi di ossa raccattati sulla spiaggia, dispersi sotto carne viva.
Qui in riva al mare, fra suoni e frastuoni di onde che sbattono violentemente sulla battigia, c’è solo umidità, o meglio, questo è ciò che si avverte concretamente. E se guardo nel vento riconosco e distinguo sottilmente stracci di fotografie lacerate dal tempo, tempo fissato in qualche pixel.
Ma, d’altronde, l’orologio della coscienza e dei ricordi più intimi non ha i minuti scanditi da un tormentoso tic-tac, ha giusto un infinito racchiuso in attimi finiti e risolti. E, dentro a questi, mille parole, mille occhi, mille pensieri, mille gesti.
Mi sembra quasi facile e poco sofferto il ricordo ben consapevole degli anni passati; per quanto sfugga alla mia memoria l’insieme, ho ben fissi nella mente i particolari.

Rimembranza.
Tutto nacque un po’ di tempo fa, quando la malinconia di un po’ di felicità che uno strano disequilibrio mi trasmetteva, riconobbe il momento giusto per esplodere. Il retrogusto amarognolo di un giugno sereno si fece sentire in modo intenso e mi segnò al momento dell’allontanamento. Una fresca estate era alle porte, la scuola era finita da qualche giorno, gli occhi scintillavano di luce nuova, ma in fondo alla pupilla uno scuro ed intenso bagliore giunse quasi al lacrimare. Così, mi fermai a pensare ai giorni senza di loro, senza i compagni d’avventura che avevo avuto al mio fianco per cinque lunghi anni, ai giorni che mi attendevano, interminabili: tanti altri amici, tanta altra gente, ma non le persone con cui avevo condiviso ogni attimo, ogni istante, ogni singolo momento della mia vita.
Prati colorati alla luce di tante risate, all’ombra di mille sospiri, di pianti e in profonda sintonia con le panpsichiste emozioni che muovevano in noi l’abbandono dell’orgoglio e il progressivo aprirsi alla rinascita. Quel flemmatico atteggiamento stabile che ci era appartenuto per tanto tempo necessitava di una forte reazione, innescata da una sincera comprensione. Così noi, ascoltatrici di emozioni e portatrici di segreti, in cerchio ci sedemmo e prendemmo in considerazione la nostra vita. Per la prima volta, la svolta e la crescita, sollecitate dalle complici esperienze, nel prendere il sopravvento dispiegarono le ali verso un dolce planare fra ricordi passati e aspettative future, accompagnate da un sincero sostegno amichevole.
Noi, piccole donne che crescevano ogni giorno di più e ogni notte di meno, fra dubbi e incertezze che corrompono la stimabile fragilità di un’adolescente.
Noi, così unite e così diverse, eneantiodromicamente complementari, semenza ricca di sensazioni ed emozioni potenzialmente strabilianti.
Mi avvicinai e dissi: “Devo confessarvi il segreto della mia vita”.
Ed un sorriso, un riso leggero sfiorò loro le labbra; pronte dissero: “Eccoci”. E da lì, mille discorsi, consigli e avvertenze.
Ritrovata la vera essenza dell’amicizia, rilevata l’assenza di incomprensioni e il totale disinteresse, fu un piacere dire “Vi voglio bene, amiche mie”.

Notturna.
Lo ricordo come fosse ieri, era appena finito l’esame di maturità e un futuro tanto incerto, quanto palpitante, ci attendeva, futuro che ora è presente e, fra un attimo, già passato.
Scrivo di notte perché si colgono le sfumature della luce dei lampioni per le strade di qualche borgo di periferia. E poi si sente il profumo dell’aria fresca e qualche rumore distante, ma acuto e limpido.
Com’è lucido il mio pianoforte a coda, ha sopra solo qualche goccia di vino rosso, caduta per sbaglio dal bicchiere di vetro. Sol# è il mio accordo preferito, ha un non so che di assolutamente e profondamente sonoro e vibrante.
Mi specchio intrepidamente sulla vernice nera del piano e in mezzo alle piccole rughe rivedo i volti degli amici di una volta, mi sembra quasi di distinguere i tratti fisionomici di Francesca.
Sai, non ricordo quanti anni hai, chissà quanti ne avrai adesso, avrai gli anni di allora probabilmente, perché, se ci incontrassimo, diremmo che non è passato un istante fra di noi.
È stata una serata piacevole, questa in compagnia di vecchie conoscenze che si sono divertite a raccontarmi la vita agiata, sebbene semplice e sobria, che si conduce qui, a Bologna, la lieta e gaia cittadina del liceo. La mia vita, invece, non so dove sia, né dove risieda con precisione. Fra New York e Mosca ci sarà al mondo un po’ di spazio anche per me, per i miei studi, per le mie idee. Proprio queste, poi, le vado seminando in giro per il pianeta come fossero semi da lasciar crescere e maturare con la fiducia che prima o poi germoglieranno.
Dicono che sia sorte o destino, ma, fortunatamente, io non credo alla fortuna e, infatti, so che le compagne d’avventura che non ho rivisto questa sera saranno in giro per il mondo come me, fra una capitale e una metropoli, a domandare perché il mondo vada così e a cercare una risposta al nostro domani.
Noi, Baccanti sperdute.

domenica 10 marzo 2013

Le mnemotecniche


                     “Imparare tanto bene una cosa da potersene dimenticare”                                                                          Le Mnemotecniche 

Parte 1
di Francesca Maria Tampieri 3°B


E va bene, la scuola è appena cominciata, e ora come ora probabilmente non ve ne potrebbe importare di meno di ciò di cui ho voglia di scrivere, quindi , se è così e proprio non vi interessa, passate pure a un altro articolo che vi ispiri di più, senza rancore, davvero. Se invece non avete idea di che cosa possano essere le "Mnemotecniche" ma pensate che saperlo e impararne qualcuna potrebbe avere un non so che di divertente e magari essere anche utile allora... sapete dove leggere!

Che siate appena entrati al liceo o che stiate per uscirne, senz’alcun dubbio sapete quanto sia impegnativo dover studiare e ricordarsi centinaia di informazioni. Se così non fosse, prendetene coscienza, perché, senza voler fare terrorismo o altro, da studiare ce ne sarà in abbondanza. In ogni caso, credetemi, vi diranno spesso, qualunque anno abbiate appena iniziato, che dovete applicarvi di più, che dovete concentrarvi e tante altre cose belle. In pratica: dovete trovare in voi la motivazione per studiare con impegno. Ma, vi chiederete, è possibile trovarla in se stessi? Dicono che la motivazione sia legata alla volontà. Guardate gli sportivi che si esercitano ogni giorno, o i musicisti e tanti altri ancora. Che cosa li spinge a impegnarsi così tanto con determinazione e costanza? Un bisogno. Un bisogno che per ognuno è diverso e unico, pur venendo soddisfatto magari nello stesso modo. E se questo prevede anche una gratificazione.. beh.. ancora meglio. Ma se vogliamo che qualcuno provi passione per ciò che sta facendo, è giusto dargli strumenti per facilitargli il compito e aiutarlo a raggiungere l’obiettivo, no? Per scavare è meglio usare una pala che solo le mani. Ancora meglio è usare una scavatrice rispetto alla pala. Quindi perché non aiutare chi deve studiare con qualche trucco di memoria?

Non so voi, ma per me è sempre stato abbastanza frustrante quando il risultato ottenuto non rispecchiava affatto né l’impegno né le ore di studio. E così qualche anno fa mi sono chiesta come mai facessero gli aedi a ricordarsi per intero poemi epici o come facessero gli oratori a svolgere un discorso articolato senza leggere assolutamente niente della traccia che si erano preparati, mentre io, povera studentessa, avevo avuto serissime difficoltà quando era giunto il momento di imparare 100 paradigmi di greco. La risposta è stata una sola: le tecniche di memorizzazione. E perciò ho deciso che volevo saperne di più. Molto di più.

Solitamente capita di dire “ non mi ricordo nulla” nei momenti più inopportuni. La domanda: è possibile avere la certezza di ricordare ciò che studiamo? Uno dei metodi più usati è leggere, sottolineare e ripetere: niente da dire, può dare dei buoni risultati, ma porta via molto tempo e presenta degli svantaggi. Se infatti non ci si ritorna sopra dopo del tempo, buona parte delle nozioni si volatilizzano. Questo perché è un metodo quasi passivo, un’azione meccanica dove cerchiamo di assorbire dati per inerzia, senza sfruttare la creatività, la capacità di creare collegamenti e la curiosità. In pratica, bombardiamo la nostra mente con dati nuovi e la induciamo a proteggersi da questa tortura, chiudendosi e rifiutando le informazioni, per questo al processo di apprendimento è associata la sensazione di noia o di difficoltà. Se al contrario provassimo a chiedere alla nostra mente di aiutarci a comprendere ciò che studiamo, tenderebbe ad espandersi per apprendere, utilizzerebbe cioè la creatività per collegare ciò che sta apprendendo e ciò che già conosce. In questo caso, nell’apprendimento attivo, la mente cerca le informazioni, in quello passivo le respinge. E’ impressionante pensare che durante la gestazione ciascuno di noi usa dal 90 al 95% delle sue potenzialità per lo sviluppo del corpo. In questa fase la mente utilizza tutte le sue capacità e purtroppo, arrivati ai 7 anni, già utilizziamo non più del 5% delle nostre potenzialità. Perché quindi il bambino apprende così facilmente? Innanzitutto impara giocando e divertendosi, cosa molto importante in quanto quando ci divertiamo stimoliamo molto le nostre capacità sensoriali e inconsapevolmente registriamo tutto ciò che stiamo vivendo. Chiunque di noi non ha difficoltà a ricordare i momenti divertenti, e dubito che qualcuno di noi si sia mai messo a ripassarli per ricordarli meglio. Uno dei metodi ritenuti più efficaci per imparare è quello definito “LEARNING BY DOYNG”. Il segreto per imparare sta quindi nell’azione. Non si impara la matematica solo con la teoria, servono gli esercizi, lo stesso vale per le mnemotecniche come per tutte le cose, una volta capite bisogna esercitarsi per impararle.

Ovviamente, le mnemotecniche non sono nulla di nuovo, al contrario hanno origini antiche: le prime testimonianze risalgono al 500 a.C. Si racconta che il poeta Simonide di Ceo sia appunto l’inventore dell’arte della mnemotecnica. In seguito anche Cicerone inventò un metodo per ricordare le sue lunghe orazioni senza bisogno di appunti. E nel XVI secolo Giordano Bruno scrisse il “De umbris idearum” interamente dedicato alle mnemotecniche. Celebre per le sue prodigiose capacità mnemoniche fu anche Pico della Mirandola. Loro non conoscevano certo le moderne nozioni sul funzionamento della mente, ma avevano capito che, facendo associazioni particolari, riuscivano a ricordare ciò che desideravano. Secondo un recente studio dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano praticamente chiunque è in grado di ricordare qualunque cosa e le tecniche per migliorare la memoria possono essere apprese da tutti. Eseguendo una risonanza magnetica al cervello , è stato inoltre scoperto che, utilizzando il metodo “leggo, sottolineo e ripeto” le aree coinvolte non sono quelle maggiormente coinvolte nella memorizzazione e nei collegamenti fra idee. E’ singolare pensare che non vengano utilizzate proprio le parti che servono di più. Sarebbe come pensare di fare un giro in auto e invece che farla muovere col motore, la spingessimo!
Oltre ad apprendere le tecniche è però importante avere fiducia in se stessi: quello che serve attuare è il ciclo dell’autorealizzazione:


Facciamo un esempio: avete mai desiderato che una cosa si realizzasse ad ogni costo, a tal punto che il solo pensiero vi dava emozioni positive? Pensate all’atteggiamento che avevate in qui momenti. Sicurezza, passione, entusiasmo. Pensate all’ Energia, alle azioni cariche di motivazioni e alla voglia di riuscire che avevate grazie a quell’atteggiamento! Quelle azioni hanno certamente portato a un Risultato. Quindi è fondamentale la determinazione: concentrarsi sull’obiettivo e non sulle difficoltà. Allora? Pronti a scoprire queste tecniche? Al prossimo numero allora!
(Continua nel prossimo numero di Prometeo - “Imparare tanto bene una cosa da potersene dimenticare” - I segreti della memoria, la Creatività, Metodo P.A.V )
BIBLIOGRAFIA:
F.Yates, L'arte della memoria, Einaudi, 1993.
Tony Buzan, Usiamo la memoria, Frassinelli, 2004
M.Salvo, Il segreto di una memoria prodigiosa, Gribaudo, 2007


Disegno di Beatrice Barbard


                                                                  di Beatrice Barbard

giovedì 7 marzo 2013

Cronaca di un dibattito


                                Cronaca di un dibattito

Nicolò Canestrari

A Denver il 3 ottobre si è svolto il primo dibattito televisivo nazionale tra i due candidati alle presidenziali americane. Nonostante ciò che stava e sta avvenendo in Siria i temi su cui si sono confrontati Obama e Romney sono quelli economici (come prevedeva il dibattito), su cui del resto dovrebbe giocarsi quanto rimane alla fine della campagna elettorale, benché il recente insorgere dei fondamentalisti in Libia abbia probabilmente accresciuto l’interesse americano per la politica estera.
 Le parole di Romney sull’economia confermano l’ipotesi che i repubblicani vogliano eliminare la gran parte del lavoro dell’amministrazione Obama: i finanziamenti alla scuola e alle fonti rinnovabili sono per esempio incompatibili con il taglio delle tasse proposto dai repubblicani, che infatti criticano la spesa di 90 miliardi di dollari su entrambe le voci di bilancio. Ad Obama che aveva esposto l’idea di una tassazione sui redditi alti Romney ha replicato accusandolo di soffocare l’iniziativa economica e proponendo di tagliare diversi programmi del governo per ridurre le tasse; non si spiega però come possa mantenere la promessa di controllare il debito visto l’aumento che ha in mente, guarda a caso, della spesa militare (già portata da Bush jr. a livelli vertiginosi).
Sulla sua riforma sanitaria (il programma di assistenza noto come Obamacare) il presidente non è stato in grado di esporre pienamente l’impatto che questa riforma dovrebbe avere: un’assistenza verso il modello universalistico, estesa ad altri 32 milioni di americani, coniugata con la riduzione degli oneri di un sistema costoso. Per converso è stato piuttosto persuasivo Romney che, portando (con l’apprezzamento di Obama) l’esempio del Massachussetts, di cui è stato governatore, si è mostrato decisamente più aperto dei suoi alleati del tea party, passando però subito dopo a criticare l’obbligo delle imprese di assicurare i lavoratori, e a proporre uno spezzettamento dell’assistenza sanitaria nei vari stati, senza chiarire se avrebbe rimpiazzato effettivamente con qualcosa la riforma sanitaria che riteneva si dovesse abolire.
Sulla spesa sociale il candidato repubblicano ha tentato di rassicurare chi è vicino alla pensione, rispondendo alle domande su una proposta con cui si vorrebbe dare in mano alle assicurazioni la sanità per gli anziani, mentre non ha neanche cercato un vero e proprio confronto con Obama sul tema dell’istruzione, per la quale quest’ultimo ha mostrato un sincero interesse, forte anche di un’ottima riforma della scuola. In generale Obama si è mostrato assai attento alle questioni, come la ricerca, legate al futuro, mentre la politica di Romney, per esempio, sull’energia consisterebbe in un rinato interesse per il carbone e in una accettazione dei privilegi delle compagnie petrolifere, laddove, con il nobel Steven Chu al dipartimento dell’energia, l’amministrazione democratica era stata innovativa.
Purtroppo Obama è apparso stanco e non è stato in grado di imporsi sul suo avversario, e questo parrebbe aver riaperto una campagna elettorale che sembrava già segnata a favore del presidente; quindi i dibattiti che seguiranno dovranno essere sfruttati al meglio dal candidato democratico, che ha anche notevoli risorse come oratore. Certo c’è una certa disillusione per alcune speranze che durante il suo mandato ha frustrato, e con Obama non sono stati superati i gravi problemi che gli USA  hanno con i diritti umani, ma stiamo comunque parlando di un leader che tiene in alta considerazione i problemi sociali e che si dimostra sempre al di là di sterili ideologie.   






Disegni di Virginia Amato





Virginia Amato III F


We want you for Libera army


We want you for Libera army 

Edoardo Mazzini 3I

18 ottobre 2012, ore 15:00, in una delle aule T.
Questo è il giorno, l’ora e il luogo in cui ti aspettiamo, caro lettore del Prometeo, noi del gruppo di Libera al Galvani. Richiediamo infatti la tua preziosa adesione per portare avanti i progetti cominciati l’anno scorso e continuare nella nostra opera di informazione e contributo nella lotta alle mafie. Questo “invito” può suonare molto come un “We want you for Libera army”, e un po’ così deve essere, perché senza l’adesione di tutte le persone possibili, alcuni progetti ed idee sono difficili da sviluppare anche se la loro messa a punto sarebbe decisamente utile! Si parla di tutte le attività cominciate lo scorso anno, come l’adesione mirata alle manifestazioni, la vendita dei prodotti delle cooperative di Libera Terra durante i ricevimenti generali dei genitori, gli interventi ad argomento durante le assemblee d’istituto nei cinema, le lezioni durante cogestioni ed assemblee a scuola e l’adesione poi ai progetti gestiti dall’intero presidio studentesco di Libera Bologna, come l’organizzazione di cene, conferenze e incontri, oltre alla gestione di blog e canale You Tube. L’anno scorso sono state tante le iniziative decisamente lodevoli e anche durante quest’estate molti di noi hanno mantenuto viva la partecipazione alle attività di Libera partecipando ai campi gestiti da Libera e dall’Arci sui terreni confiscati alla criminalità organizzata e dando una mano di considerevole utilità negli stand di Libera alla festa dell’Unità. Quest’anno siamo del tutto intenzionati a mandare avanti tutte queste iniziative con la maggior spinta e partecipazione possibile per continuare a fare la nostra parte nella lotta impari che ci troviamo ad affrontare contro la criminalità organizzata. Si potrebbe facilmente pensare che aderire a un gruppo che propone attività del genere sia inutile come contributo nella lotta alle mafie, pensando che le mafie vadano combattute solo attraverso grandi operazioni giudiziarie e legislative, ma ritengo che questa analisi non sia corretta, assolutamente. Infatti sono tanto necessarie queste manovre quanto l’impegno di tutti, nel loro piccolo, per sradicare la criminalità organizzata dalla città in cui si vive, dal quartiere in cui si vive. In anni come questi, ormai in realtà da un decennio buono, è impossibile purtroppo parlare di aree in cui non ha attecchito nessun genere di criminalità organizzata, in forme più o meno sostanziose. Proprio per questa ragione, l’aiuto di tutti è fondamentale, soprattutto se portato attraverso la solidarietà nell’antimafia e l’informazione. L’informazione, la conoscenza e la diffusione di notizie si possono considerare infatti i peggiori nemici e quindi le modalità più utili contro le mafie, il fatto che tutti siano al corrente di quello che accade e abbiano quindi la conoscenza e le basi per agire è il primo passo e al contempo il passo più importante nella lotta alle mafie. E da chi cominciare, se non da noi studenti, da noi che siamo solo all’inizio della vita all’interno della società e ne siamo contemporaneamente parte integrante, e soprattutto, che erediteremo la società che si sta costruendo ora? E’ esattamente per questo motivo che è nostro dovere morale fare tutto il possibile per costruirci una società futura la migliore possibile e la lotta e il ridimensionamento della criminalità organizzata sono punti fondamentali di questo miglioramento. Ti chiediamo quindi, caro lettore, di fare anche tu la tua piccola parte, non richiederà nessun impegno insopportabile, ma sarà un contributo fondamentale a un piccolo tassello del disegno che si sta provando pian piano a realizzare. Quest’anno riprenderemo le attività cominciate l’anno scorso e cercheremo di rafforzarle ed integrarle con altre. La nostra chiave sarà sempre la comunicazione, quindi non mancheranno riunioni, collettivi, incontri, partecipazione alle assemblee d’istituto oltre ai classici ma funzionali cartelloni e volantini. La prima riunione si svolgerà appunto il 18 Ottobre, aperta a chiunque volesse aderire e darci una mano in questo ambizioso, ma molto importante progetto, ma totalmente senza impegno. Infatti, se vorrete venire ad ascoltare e vi renderete conto che non abbiate mai partecipato a qualcosa di tanto inutile, sarete perfettamente liberi di non aderire poi a nessun genere di attività, ma prendetevi quell’oretta necessaria ad informarvi, non costa nulla ed è comunque un piccolo passo avanti!
Vi aspettiamo, il più numerosi possibile, per aiutarci nel contributo alla costruzione di una società futura migliore, la futura società in cui noi vivremo! 

mercoledì 6 marzo 2013

"Come cambia il sentimento più antico del mondo"


Come cambia il sentimento più antico del mondo

di Maria Visconti, 3F
C'era una volta la paura. Quella paura che faceva tremare i polsi davanti a una decisione importante da prendere, che attanagliava lo stomaco al momento di affrontare un viaggio pericoloso o di fronte alla prospettiva di cambiare lavoro. Il mondo stesso era intriso di paura: nella quotidianità della vita, come dimostra Rosellina Balbi ("Madre paura", 1984), ma anche nell'orizzonte immaginario della società. La paura stava dietro ogni momento dell'esistenza, la caratterizzava e la guidava, imprimendo stimoli sempre acuti e insopprimibili che culminavano con la paura regina di tutte le paure: la paura della morte.
Questo sentimento ha regolato e indirizzato per secoli l'attività umana, ne ha indicato le coordinate e determinato le scelte, finalizzando la formulazione stessa delle società civili in quanto riduttrici di paura. Tutte le comunità basate su legami "solidi" – secondo la felice intuizione di Zygmunt Bauman – sono fondate sulla paura e sulla necessità istituzionale di controllarla e ridurla. Ma la paura può essere anche il collante capace di tenere in piedi gli Stati, quando i legami sociali e la funzione stessa dello Stato si vanno indebolendo. La minaccia di paure reali o immaginarie diviene allora un potente strumento di rafforzamento del governo. Infatti, secondo Bauman: "In un periodo in cui tutte le grandi idee hanno perso credibilità, la paura di un nemico fantasma è tutto ciò che è rimasto ai politici per conservare il potere" (Paura liquida, 2009). Lo testimonia anche la Letteratura con "La fattoria degli animali" di George Orwell, 1947.
Ed è questo il compito degli Stati nazionali, a partire dal XVII secolo, come di tutti gli Stati autoritari che si sono succeduti nel secolo scorso; il totalitarismo – per definizione un regime politico generatore di paure – nasce, paradossalmente, come reazione a paure sociali di ben più vaste proporzioni.
Tutto ciò non si applica pedissequamente alle società "liquide". Nella società occidentale in cui attualmente viviamo immersi, il predominio assoluto della paura sembra essere messo in discussione. I legami liquidi stanno trasformando il mondo che conoscevamo verso un mondo "senza paura". Non tanto aggressivo, disinibito o spavaldo, quanto sostanzialmente indifferente alla paura. La causa di questa tendenza sociale che investe la psicologia degli individui non è un affrancamento da un'oppressione millenaria, di una liberazione consapevole da una condizione primordiale, né tanto meno conseguenza di un processo di maturazione collettiva: proviene invece dall'adattamento a una mutata condizione esistenziale, quale conseguenza inevitabile dell'incertezza che pervade la nostra società in ogni momento della vita. E, come tale, non si può considerare un progresso.

Vincere la paura vuol dire imparare a convivere con essa, a controllarla e utilizzarla a nostro vantaggio. Se negli animali la paura è solo un istinto naturale che spinge alla fuga, all'immobilizzazione se il pericolo è incombente, alla reazione aggressiva se non si hanno altre vie d'uscita, l'uomo ha elaborato altre difese di natura culturale, cioè indotte dalla ragione e prodotte dalla conoscenza. Due metodi di affrontare la paura rispetto a due metodi di concepire la paura che i Greci avevano già individuato, assegnando loro nomi diversi. Fobos era la paura cieca, inconsapevole, con radici profonde, ataviche, difficilmente controllabili. Deinos era la paura conscia di un pericolo incombente di cui si conoscesse l'origine: viene dalla radice Deos in riferimento al timore religioso. Fobos è figlio di Ares, dio della guerra, divinità venerata soprattutto a Sparta. Sugli scudi dei guerrieri si trovano raffigurate insieme le immagini di Fobos e della Gorgone. A Roma, erede della cultura ellenica, gli dei della paura sono Metus, corrispondente a Deinos, e Pavor (da cui l'aggettivo "pavido") a Fobos. Fobos starebbe al Mythos come Deinos al Logos. Non solo Fobos è stato sacrificato in favore di Deinos, ma sembra che il suo destino fosse segnato e il suo senso destinato a perdersi con l'avanzare della civiltà.
Due paure, due tipologie ben distinte che tuttavia la lingua moderna non tiene in debito conto, spesso confondendole. La psicanalisi ha cercato di ripristinarne i concetti, individuando l'antico Deinos nella paura vera e propria, quel senso d'angoscia interiore non ben definito, che non ha un oggetto, capace però non sconvolgere l'equilibrio psicofisico dell'individuo anche in assenza di una minaccia concreta. Secondo questa distinzione la paura, per essere tale, deve essere riferita a ciò che si conosce, fosse anche un briciolo di razionalità, mentre l'angoscia è propria di aspettative ansiogene totalmente sconosciute. Da questa distinzione, ormai correntemente accettata, Sigmund Freud ha tratto la teoria del "perturbante", applicata con notevole successo alla Letteratura e all'Arte. La paura avrebbe a che fare con il ritorno di un'infinità di emozioni che, per le ragioni più diverse, sono state collocate in una zona non percepibile dalla coscienza, letteralmente "sepolte", e dunque "rimosse", a seguito di un'operazione difensiva della mente. E' il caso dell'idea della morte, accantonata per poter continuare a vivere ma che può dar luogo a effetti spaventevoli se fatta riaffiorare in particolari situazioni.
Conoscere il nemico da combattere è, nella strategia bellica, il primo passo per guadagnare la vittoria. Alla paura della morte ha provveduto la religione facendo della conclusione di ogni ciclo vitale un passaggio necessario a raggiungere uno status soprannaturale, attraverso un atto di fede, cioè attraverso l'intervento di delle facoltà nobili della mente: la coscienza, l'intelligenza, la logica, la memoria, l'immaginazione, l'astrazione.
Alle paure "naturali", certe e potenzialmente controllabili – dal fuoco ai temporali, dalle alluvioni ai terremoti – si sono aggiunte col tempo le paure "artificiali" prodotte dall'uomo stesso, in grado di provocare disastri anche più gravi di quelli naturali, la cui artificialità non garantisce affatto la controllabilità da parte di una tecnologia non sempre perfetta. La centrale di Chernobyl è ancora là a ricordarcelo. La tecnologia ha bisogno di una continua e accurata manutenzione i cui costi tendono a salire risultando sempre meno sopportabili per la comunità che se ne fa carico. L'insicurezza che lo stato moderno dovrebbe cancellare per sempre ha raggiunto livelli che preoccupano i cittadini: si è moltiplicato di pari passo con quello che una volta era stato definito "progresso" e in nome del quale era lecito adoperarsi, soffrire, sacrificarsi, mentre ora non ha più un nome. Al pari del dio Fobos dei Greci, il progresso inteso come processo di miglioramento della società è stato cancellato dal mondo attuale e relegato tra le cose da studiare a tempo debito. Adesso la parola d'ordine è "emergenza" e tutto si fa in funzione dell'oggi, per salvare il salvabile, per rattoppare problemi senza fine di un mondo che non sa prevedere il proprio futuro. Forse perché un futuro non ci sarà.
La paura istintiva è stata cancellata dalla cultura. L'antico Fobos trasformato in "fobia": maniacale, ignobile, privo della dignità originaria e magari curabile. Ci siamo liberati di Fobos come di un fastidio sgradito, semplicemente cancellandolo dal linguaggio. E una cosa che non ha nome di fatto non esiste.
Tutto ciò è ricondotto dentro la categoria dalla paura razionale, la paura del noto, che ha una sua giustificazione ma che può essere anche fonte di piacere e divertimento. Il carattere "affrontabile" della paura, talmente affrontabile da permettere di convivere con essa senza grossi problemi, la rende persino una qualità ricercata, ma sempre con un margine di rischio, della cui entità siamo vagamente coscienti. Un rischio che è possibile accettare a seconda del nostro grado di temerarietà. Salire su un ottovolante, lanciarsi col paracadute o fare bungee jumping gettandosi da un ponte legati a una corda elastica, cimentarsi in un’arrampicata – durante il fascismo c’era anche il salto nel cerchio di fuoco – non sono solo prove di ardimento e perizia, di superamento della paura, razionalizzata e controllata grazie all’utilizzo di attrezzature idonee e misure di sicurezza: sono forme di un divertimento, cioè di un piacere prodotto dalla paura.
Altre volte, ancora, esso non è prodotto da un coinvolgimento fisico quanto dall’immaginazione, da un’elaborazione della fantasia. La lettura di romanzi d’orrore, la visione di film terrorizzanti o la narrazione di storie spaventose riducano il meccanismo della paura sul piano virtuale, con lo stesso immenso piacere. Questa volta reso ancor più gradevole dalla consapevolezza di non rischiare alcun pericolo, se non quello psicologico, in persone troppo influenzabili o emotive.
Nei bambini la capacità di separazione o “straniamento” dal contesto narrato, che permette di godere del piacere della paura, non è pienamente sviluppata e l’avvenimento è vissuto come reale, e dunque totalmente coinvolgente. Shock di questo genere possono avere anche conseguenze traumatiche indelebili.
Vivere con le paure del XXI secolo non è facile. Gli individui, sempre più soli o uniti in rapporti di coppia instabili, ora che le masse si sono risolte in moltitudini, hanno imparato a dominare le paure del passato. La paura della macchina, in particolare, ha lasciato il posto a una paura diffusa per i complessi e inconoscibili meccanismi della globalizzazione e dell’internazionalizzazione dell’economia. Non automatici o casuali, mossi da ingranaggi sofisticati e sentimenti, come i robot di Asimov che si rivoltano contro i loro creatori. Questi sono meccanismi ingenerati e controllati dall’uomo, ma da uomini senza nome e senza pietà, più pericolosi perché infidi e mossi dall’unica legge capace di regolare il mondo: la legge del profitto per il profitto.
Quella della globalizzazione è una paura strisciante, tanto invadente da non conoscere confini politici e sottrarsi, superandole, alle normative nazionali e locali. Viaggiando a livelli tanto alti da essere persino invisibili ai più, determinando le sorti della maggior parte dei cittadini del mondo, senza alcuna possibilità di controllo democratico. Perché la leadership della globalizzazione è sottratta alla tradizionale investitura dal basso, risponde a direttive e logiche che ci sfuggono e di cui comprendiamo, solo a tratti e in parte, il senso e le finalità. Le decisioni che la governano sono prese da un numero imprecisato di persone senza volto che agiscono senza neppure conoscersi e infinitesimale, frammentario e persino incerto contribuiscono a determinare la direzione dei grandi mutamenti nel loro complesso. Governati da forza umane soverchianti che hanno perduto ogni connotato di umanità, gli uomini del mondo globalizzato vivono un’esistenza senza punti di riferimento. E la buona politica, le regole e i legami affettivi sinceri sembrano solo un rifugio alla ricerca di conferme quotidiane che questo mondo non sa più offrire.